Senso di colpa. Vivere o sopravvivere?

24.11.2015 11:45

Il senso di colpa

Il senso di colpa può rappresentare uno degli aspetti più intrusivi e limitanti degli esseri umani: nella giusta misura svolge una nobile funzione, quella di indicare dove è opportuno fermarsi, mostra se abbiamo sbagliato o se stiamo per farlo.

Di cosa si tratta? E’ un sentimento di svalutazione rivolto nei confronti di se stessi, si esprime sotto forma di auto-rimprovero, aggressività, senso di responsabilità. Può nascere in seguito ad un fatto accaduto realmente e per il quale ci si sente colpevoli. Oppure può svilupparsi in previsione di un evento, ragion per cui quella situazione viene evitata con l’obiettivo di aggirare il senso di colpa che ne conseguirebbe.

Nei casi peggiori il senso di colpa si sviluppa in casi e situazioni nelle quali la persona non ha e non può avere alcuna responsabilità.

 

Alcune situazioni tipiche:

Senso di colpa nella depressione

Si esprime con un vissuto di indegnità e di svalutazione molto forte. La persona sente di non meritare ciò che ha, oppure avverte di non essere all’altezza di amore e comprensione. Si sente non degna di ottenere soddisfazioni e gratificazioni. E se li ha, si sente in colpa perché, a suo avviso, non li merita. Freud ravvisò una funzione specifica in questo meccanismo (vedi Lutto e Melanconia).

Senso di colpa della vittima

E’ tristemente noto nella pratica clinica che, spesso, chi subisce un torto o un’aggressione  o una violenza si sente responsabile di ciò che gli è accaduto. A livello logico è difficile da comprendere: perché mai dovrebbe sentirsi responsabile chi ha subito il fatto, anziché chi lo ha perpetrato? A livello psicologico invece ha un senso e svolge una funzione ben precisa.

Senso di colpa e lutto

Un vissuto tipico di chi perde una persona cara è il senso di colpa per non aver fatto abbastanza: non aver amato abbastanza, non aver trascorso tutto il tempo possibile insieme. Tali vissuti si verificano anche quando c’è stato il tempo di “salutarsi”, ad esempio nella malattia. Non si è mai pronti a perdere definitivamente una persona cara.

Senso di colpa del sopravvissuto

Incidenti, catastrofi, eventi di vita straordinari che causano la morte di una o più persone: il sollievo per aver scampato la morte e il dolore per la sofferenza e la perdita di chi non ce l’ha fatta, possono generare questo “mostro” che è il senso di colpa per essere rimasto in vita.

Senso di colpa dei bambini figli di genitori separati o divorziati

Succede quando non si spiega ai figli cosa sta succedendo, o, peggio, quando sono messi in mezzo alle liti chiedendo loro, direttamente o indirettamente, di parteggiare per un genitore a scapito dell’altro.  In questi casi i bambini sentono di essere responsabili della separazione poiché, non capendo la situazione, compensano con la fantasia e, quella più frequente è proprio questa: “è colpa mia che non sono stato abbastanza buono, amabile, forte”.   

Senso di colpa nel riposarsi

Talvolta la persona iperattiva e piena di impegni, si sente in colpa quando potrebbe godersi il meritato riposo. Riesce ad organizzarsi le giornate e le settimane in modo da ridurre al minimo le possibilità di riposo e di svago, tuttavia quando può rilassarsi si sente a disagio: talvolta si cimenta subito in nuovi impegni, altre volte avverte tristezza e malessere, altre ancora sviluppa veri e propri sintomi come ad esempio gli attacchi di panico.

Normale o patologico?

Il senso di colpa può essere o diventare davvero paralizzante e compromettere significativamente la vita personale, sentimentale, lavorativa di una persona: angoscia, tristezza, irritabilità, senso di sconfitta, impotenza sono i vissuti che, se trascurati, possono compromettere la serenità.

Non prendersi cura di una depressione (conclamata o mascherata), credere davvero di essere responsabili di una violenza subita, tormentarsi per il resto della vita per non aver pronunciato delle scuse ad una persona alla quale non si può più dire nulla perché scomparsa, convincersi di dover espiare la colpa di essere in vita, sentire di meritarsi i maltrattamenti e le percosse del proprio partner perché ci si sente sbagliati: tutte queste convinzioni errate possono limitare e segnare una esistenza che, in quanto tale, ha il diritto e il dovere di vivere serena, di sentirsi realizzata ed appagata, verso se stessa e nella relazione con gli altri.

Il senso di colpa è collegato in vari modi all’autostima, ad una modalità di pensiero rigido, ad un senso contorto della responsabilità.

Senso di colpa e autostima

L’autostima è un concetto complesso e multifattoriale, tanto quanto quello di senso di colpa. Rimando ai miei due precedenti articoli:

www.giselleferretti.it/news/lautostima-non-esiste/

www.giselleferretti.it/news/i-bambini-e-lautostima/

Pensiero rigido ed errori cognitivi

Molte persone tendono ad avere un pensiero rigido, ovvero, hanno imparato a ragionare in un certo modo (per scelte personali o per tradizioni familiari), conoscono determinati “schemi cognitivi” e usano sempre quelli, anche se non sono funzionali o addirittura sbagliati.

Ad esempio la persona che pensa ed esclama (consciamente o inconsciamente): “Non ho diritto di essere felice se non lo sono i miei familiari”.

Questo pensiero è molto frequente purtroppo. E sbagliato. A volte bisogna lavorare tanto per poter sradicare questa convinzione che può avere radici molto lontane.

Senso di colpa e responsabilità

La logica vuole che, quando accade un evento, la responsabilità spetti in parti diverse a se stessi, agli altri, e al caso. Gli esseri umani sono guidati da altre dinamiche: noi abbiamo metà cervello che elabora la razionalità, l’altra metà è connotato dall’emotività. Questo complica tutto. Così, a parità di evento, ci sono delle persone che tendono ad attribuire a se stessi la maggior parte di responsabilità di ciò che succede a sé o agli altri, mentre altri individui tendono a riversare ogni causalità all’esterno, al destino. In psicologia si parla nel primo caso di locus of control interno (ovvero il centro del controllo è localizzato dentro di sé), nel secondo di locus of control esterno.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della prevalenza dell’una o dell’altra modalità?

Pensare di essere interamente responsabili di ciò che accade, significa implicitamente avere il potere di cambiare le cose. E’ una questione di controllo. Chi desidera tenere tutto sotto la propria gestione, e si illude di riuscirci, tende anche a soffrire di sensi di colpa eccessivi ed ingiustificati. Il vantaggio è l’idea di poter sempre intervenire e fare qualcosa, il prezzo da pagare un eccesso di responsabilità che diventa schiacciante.

Chi propende a rigettare all’esterno la maggior parte di responsabilità delle cose che succedono, tende ad affidarsi agli altri e a non mettere mai del proprio in quello che gli succede. Il vantaggio è che se qualcosa va storto la persona si sente esente da responsabilità, lo svantaggio è che se va male ci si sente impotenti e sembra di non poter fare nulla per modificare la situazione. Inoltre, se qualcosa va bene, non può attribuirsene i meriti!

Senso di colpa e inconscio

Il senso di colpa nasce soprattutto dai conflitti inconsci: lotte tra le proprie norme morali, e quelle della famiglia di origine, scontri tra il sistema di valori della famiglia e quello che la persona si costruisce crescendo, battaglie tra i propri desideri e aspirazioni e le aspettative dell’altro.

Il senso di colpa è un meccanismo della coscienza che ci rimprovera quando compiamo un pensiero o un’azione che va contro i valori morali o quando si trasgrediscono norme giuridiche o religiose. Alcuni studi scientifici dimostrano che i concetti di bene e male sono presenti nei bambini piccolissimi (P. Changeux, il buono il bello il vero, un nuovo approccio neuronale, Raffaello Cortina Editore, 2013): l’etica esiste ed è connaturata all'essere umano, al di là dell’educazione. Tuttavia, uno degli assunti di base dell’educazione è quello di insegnare ai bambini ciò che è giusto e quello che è sbagliato. I genitori danno le regole, i bambini devono adeguarsi e rispettarle. Le norme, inizialmente accettate per non perdere l’affetto dei genitori, vengono introiettate e fatte proprie. Questo significa che ad un certo punto non servirà più il rimprovero del genitore per far rispettare la regola,  il bambino l’avrà fatta sua. Così, il giudice esterno (genitore) diventa un giudice interno, quello che Freud chiamò Super Io, che è l’istanza della psiche (una parte della mente) che segnala quando ci comportiamo bene o male.

Il problema nasce dal fatto che il Super Io, ovvero il nostro giudice interno, è fatto anche (e soprattutto) di quello che i genitori ci hanno trasmesso inconsciamente. E soprattutto, le norme morali, si tramandano di generazione in generazione, in particolare se restano inconsce, non dette.

Paolo, 20 anni: “ I miei genitori non hanno mai proibito la tal cosa, ma io so che non posso farla.”

Una mamma: “Mio figlio ha sempre paura di sbagliare, ha l’ansia da prestazione, ma noi non gli diciamo nulla, non gli facciamo pressioni.”

Due genitori: “I nostri figli sono sempre in competizione, ma noi non parliamo mai bene o male dell’uno in presenza dell’altro.”

Maria, 50 anni: “ I miei genitori mi hanno sempre rimproverata per tutto e mai lodata per i successi.”

 

Come guarire dai sensi di colpa?

Per questioni complesse, le soluzioni semplici sono inadatte.

Non si guarisce, ma si può imparare ad averci a che fare, non esserne sopraffatti, aggirarli, renderli operativi verso il proprio bene.

Bisogna scomporre il “problema” e lavorare su ogni suo aspetto.

Primo: imparare a distinguere tra le proprie responsabilità e quelle dell’altro.

Secondo: conoscere i propri meccanismi di pensiero e cercare di modificarli se non funzionano.

Terzo: imparare a fare i conti con l’imprevedibilità della vita e con il non-senso dell’esistenza.

Quarto: decidere di avere a che fare con le questioni inconsce, proprie, e quindi della propria famiglia, pensandolo come un viaggio talvolta faticoso, ma sicuramente affascinante e che restituirà la libertà di costruire ed essere se stessi.

A volte queste condizioni sono un effetto di maturazione, di crescita, di incontri con persone che fanno scattare la voglia di essere e sentirsi diversi. Altre volte non ci si riesce.

“Come si fa ad essere meno rigidi e più flessibili nei pensieri?”

“Come faccio a capire se è colpa mia?”

“Come faccio ad accettare che una cosa bella prima o poi cambierà, o peggio, finirà?”

E’ necessario un aiuto professionale in tutti quei casi in cui i sensi di colpa limitano una o più aree della propria vita: sentimenti, lavoro, famiglia, benessere personale. Serve quando il senso di colpa è paralizzante e impedisce di fare alcunché, operare scelte, intraprendere decisioni. E’ indispensabile se sono presenti ansia e/o depressione. Soprattutto quando ci si sente in colpa per la felicità, desiderata o ottenuta.

Spesso, non c’è una ragione se in un’incidente è sopravvissuta una persona e non un’altra. Non c’è una causa se la tal persona è mancata troppo presto. Non c’è una ragione se si è avuti quei genitori e non altri.

O forse sì. E quel senso va costruito. Ognuno per sé, col proprio modo, con la propria storia, con i significati che ognuno attribuisce in modo unico e irripetibile. E che andranno a costituire il senso stesso della vita.

 

©Dott.ssa Giselle Ferretti

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