Segreti di famiglia: il destino del non detto

14.01.2015 19:14

In studio ho spesso udito queste parole: “I miei genitori mi hanno tenuto nascosto questo fatto per tanti anni. Non so come abbiano potuto farlo. Capivo che c’era qualcosa che non andava. Credevano che io non intendessi ciò che succedeva”. Ho udito questa dinamica tante volte, da punti di vista differenti: persone che scoprono in  età adulta verità familiari taciute per anni, genitori convinti che l’intenzione di nascondere un avvenimento sia sufficiente per renderlo invisibile, bambini che attraverso sintomi indicano che qualcosa preme, un non detto che chiede di essere parlato ed ascoltato.

Il cosiddetto “segreto di famiglia” è qualcosa che fa soffrire i membri del nucleo familiare, di cui non si può parlare perché non si sa come dirlo, è difficile affrontarlo, si ritiene debba essere nascosto e che è opportuno non conoscere. Qualcosa che si vorrebbe cancellare, di cui alcuni sono a conoscenza, ed altri no.

Può trattarsi di un suicidio, di abusi sessuali, di adozione, di paternità biologica, di disturbi psichici, di guai giudiziari o problematiche relative a dipendenze.

Quali sono i meccanismi che portano un nucleo familiare a tenere nascosto un evento, uno stato, un accadimento legato ad essi? Quali effetti può comportare nelle dinamiche intrapersonali ed interpersonali?

Una delle ragioni che innesca il meccanismo del nascondimento è la disapprovazione sociale: il “segreto" si riferisce all’infrazione di norme e valori condivisi per cui si teme un giudizio, trovandosi in una situazione “diversa” rispetto alla norma. Per questo si preferisce non raccontarla né condividerla e si crede sia meglio nasconderla, anche se provoca sofferenza.

La posizione di vittima (diretta o indiretta) o colpevole del fatto, cambia completamente le motivazioni coscienti ed inconsce che portano a celare il segreto familiare.

La vergogna ed il senso di colpa sono strettamente correlati alla disapprovazione sociale. E’ chiaro che si teme di venire giudicati negativamente dai membri esterni alla famiglia. Tuttavia perché si mantiene celato il segreto all’interno del nucleo familiare?

Una possibile motivazione è quella di voler di proteggere il membro più debole: non se ne parla per paura che possa non comprendere, per risparmiarlo da una sofferenza, o perché “parlarne non cambia i fatti”. In realtà le cose sono molto più complesse poiché si innescano delle dinamiche che anziché proteggere dalla sofferenza, la aumentano in modo subdolo e pericoloso.

Quando si vuole celare un’informazione, scattano quasi automaticamente dei pensieri intrusivi legati al contenuto da nascondere. La strategia dell’evitamento provoca a sua volta delle dinamiche ben precise: una tensione interna che si esprime in messaggi comunicativi non verbali che confondono. Ad esempio: in tv si tocca l’argomento collegato al “segreto di famiglia”, i membri della famiglia intendono mantenere distacco ed indifferenza, ma tentando di dissimulare imbarazzo emettono una quantità di informazioni non verbali (espressioni del viso, tono della voce) che discordano con la tranquillità che si vorrebbe trasmettere.

Il risultato che si ottiene in chi non è a conoscenza del segreto è: “Cosa c’è che non va? Deve essere qualcosa di veramente grave se non se ne può parlare”.

I segreti dividono i membri di una famiglia, chi non è coinvolto prova un senso di straniamento e non appartenenza al nucleo familiare. La difficoltà a condividere in famiglia può estendersi alla paura di condividere con persone esterne alla famiglia, inibendo o impedendo la  formazione ed il mantenimento di relazioni intime. I segreti ostacolano la formazione di una identità personale libera e con una sana autostima, alimentano dubbi e problemi di fiducia verso l’altro.

I messaggi comunicativi paradossali provocano un meccanismo che alcuni autori (Serge Tisseron et Guy Ausloos) hanno definito significativamente con l’espressione “il segreto trasuda”: i componenti della famiglia che non conoscono il segreto, lo intuiscono inconsciamente senza poter identificare ciò di cui si tratta esattamente. Questo implica che la sofferenza coinvolge tutta la famiglia, anche chi non è a conoscenza del fatto in maniera esplicita. Questo provoca spesso meccanismi di ripetizione inconscia proprio di quegli avvenimenti, nelle generazioni successive, poiché ciò che non viene simbolizzato, ritorna nel reale. Ovvero: nella vita si tende a ripetere ciò che fa soffrire e che non si comprende proprio per l’esigenza di dare un senso, di trovare un posto a quegli avvenimenti. (A questo proposito puoi vedere anche www.giselleferretti.it/news/e%27-pi%C3%B9-forte-di-me/)

Come comportarsi?

 

Nascondere qualcosa non lo annienta né lo cancella, ma lo fa trapelare in modo paradossale e nocivo,  provoca grossi problemi nella comunicazione familiare determinando effetti complessi e diversi da soggetto a soggetto in ogni singolo componente della famiglia.

Arriva un momento, nel ciclo evolutivo della famiglia, in cui tale segreto dovrà essere affrontato, per cui il mio invito è quello di non ignorare i segnali che mostrano quando è giunto questo momento: un figlio che mostra un disagio, una situazione spiacevole che si ripresenta periodicamente, pensieri intrusivi o addirittura ossessivi, condotte evitanti collegate al segreto.

In linea generale, tenendo conto della complessità e singolarità di ogni storia, è sempre opportuno affrontare ciò che fa soffrire di più, ed ogni componente della famiglia ha diritto di conoscere la propria storia familiare e la verità riguardo la propria storia, per quanto difficile e dolorosa possa essere. Cosa succede quando viene fuori il segreto? Ci può essere un piccolo shock, ma propedeutico per affrontare consapevolmente gli eventi e per la formazione di una propria opinione adulta, matura, complessa riguardo la realtà. Ogni storia è a sé, ogni situazione è diversa, la portata dei segreti può essere totalmente differente.

Il primo scoglio da superare è la resistenza del protagonista del segreto: paura, imbarazzo, senso di colpa, incapacità ad affrontare le situazioni problematiche.

La seconda difficoltà riguarda l’età di colui o colei a cui va rivelato il segreto. Se si tratta di un bambino o di un adolescente, l’indicazione è quella di parlarci il più presto possibile non appena l’adulto si senta in grado di affrontare il discorso senza angoscia eccessiva, anche se con un timore giustificato e sotto controllo. Con i bambini bisogna parlare in maniera chiara, non ambigua e con un linguaggio adatto alla propria età.

Se non ci si sente in grado di farlo, è opportuno confrontarsi con un professionista. Se il bambino percepisce che c’è un tabù attorno ad un determinato fatto o argomento, non chiederà nulla, ma si formerà delle proprie idee a riguardo, ed a seconda dell’età e delle proprie capacità cognitive ed affettive, si formerà delle fantasie.

L’essere umano ha bisogno di capire: se non ha tutti gli elementi a disposizione, crea. Ogni visione della realtà dell’essere umano è una interpretazione personale e soggettiva, ma tutti hanno diritto a conoscere gli elementi del proprio romanzo familiare, nei modi e nei tempi opportuni.

Una volta svelato il fatto invece, il bambino saprà di poter chiedere chiarimenti a riguardo, se e quando ne avvertirà l’esigenza.

Se il segreto va rivelato ad un adulto, questo va fatto in modo autentico e sincero. Può succedere che la persona si senza tradita, arrabbiata. Va messo in conto, ne ha diritto. Ma se la spinta che muove a rivelare il segreto è nella direzione di un miglioramento della relazione e del legame, questa fase verrà superata. Bisogna essere abbastanza sicuri della motivazione che spinge a rivelare un segreto, altrimenti si rischia di creare più danni che benefici.

In ogni caso, se non si hanno le idee chiare, sarebbe bene confrontarsi prima con una persona esterna alla famiglia, capire bene cosa ha portato a mantenere il segreto, cosa ha comportato e comporta la scelta effettuata, perché e come si vuole affrontare diversamente l’avvenimento.

Ogni situazione va valutata attentamente nella propria particolarità ed unicità, e l’obiettivo è di lavorare con i singoli individui, o con l’intera famiglia, al fine di ripristinare una comunicazione dei legami autentici, sinceri, pieni.

Scritto da Dott.ssa Giselle Ferretti

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