La resistenza al cambiamento o del vantaggio secondario della malattia

04.01.2016 15:56

Prima di guarire qualcuno, 

chiedigli se è disposto a rinunciare 

alle cose che lo hanno fatto ammalare.

Ippocrate

"Perchè non cambia mai nulla?"

"Perchè proprio questo?"

"Perchè proprio a me?"

E’ più probabile ascoltare - o leggere - di lamenti, insoddisfazioni, mancanze, sconfitte.

L’entusiasmo per un risultato, la gioia senza un perché, lo stupore per un inatteso piacevole, la felicità di esistere, durano pochi istanti e spesso non gli viene data la giusta rilevanza. 

Dovrebbero essere trattati come un lievito: impastati nella sostanza della quotidianità per dare consistenza, morbidezza, spessore.

Invece è più facile buttarsi giù, arrendersi, sottolineare la sconfitta, il già visto, il tristemente noto, quello che si ripete.

Questo fenomeno è noto a chi si occupa della cura delle persone: noi psicologi parliamo di vantaggio secondario della malattia.

I disturbi provocano problemi immediati e diretti: le malattie fisiche hanno conseguenze cliniche precise, così come i problemi psicologici.

Poi ci sono i vantaggi indiretti: il ritiro confortevole in se stessi, la preoccupazione delle persone intorno, la cura e le attenzioni degli altri, il pretesto per non adempiere ai propri obblighi, o per auto-boicottarsi.

Questo meccanismo è chiaro e limpido nei bambini: il vero mal di pancia comporta la cura e le attenzioni dell’altro e l’essere dispensati dai propri doveri. Una volta appreso questo, ogni tanto viene fuori uno strano mal di pancia, funzionale per avere attenzioni e per non andare a scuola. A volte il finto mal di pancia è talmente necessario che sembra di averlo veramente.

Gli adulti si comportano allo stesso modo, ma in maniera più sofisticata, in modo camuffato.

La nevrosi, le crisi di panico, la depressione, l’indecisione, la coazione a ripetere, le fobie, l’insoddisfazione.

Sono problemi reali e possono diventare invalidanti, ovvero limitare significativamente l’esistenza di una persona.

 

Qual è il vero problema? Cosa fa soffrire?

C’è chi non ne vuole proprio sapere, chi avverte un disagio che si affaccia ogni tanto sotto varie forme senza prestarvi troppa attenzione.

Solo quando il disagio è troppo marcato si arriva a chiedere aiuto.

Ma c’è uno zoccolo duro che fatica ad essere trattato anche se la persona decide di curarsi, ovvero di prendere di petto la situazione che crea sofferenza: il sintomo e il suo significato.

Dal conflitto tra un desiderio e la sua difesa, nasce questo strano essere che è il sintomo: la depressione, l’ansia, i problemi alimentari, l’evitamento, la rabbia cieca, la paura patologica, l’inibizione, i pensieri ossessivi, le compulsioni, i problemi sessuali.

I sintomi si esprimono con una fenomenologia tipica e facilmente riconoscibile. 

Ogni persona sceglie, inconsciamente, con quale sintomo “vestire” la propria questione, la propria guerra personale ed unica.

Il conflitto non è tipico, è diverso da individuo a individuo. Trova il suo terreno nella storia personale, familiare, sociale.

Si può arrivare ai limiti dell’impossibile pur di non saperne.

Spesso ci si lamenta di stare male per qualcosa che effettivamente fa soffrire; ma sembra il male minore rispetto a quello che maschera!

Si fa in modo di stare male perché questo permette di far cessare o di evitare qualcosa ritenuto doloroso o angosciante.

Questo meccanismo ostacola massicciamente la vita di un individuo e, spesso,  intralcia significativamente il buon andamento di una terapia psicologica.

La nevrosi è una formazione di compromesso: svolge inconsciamente funzioni compensatorie, in senso intrapsichico che interpersonale.

La nevrosi permette di risolvere disagi e conflitti, interiori o con le altre persone, evitandoli.

Rientra nella nevrosi tutta la gamma di disagi che disturbano le dinamiche relazionali tra le persone.

 

Se una persona sta male, perché resiste al cambiamento e alla cura?

Perché pur trovandosi in uno stato d'equilibrio disfunzionale e che la fa soffrire, è pur sempre un equilibrio, stabile e conosciuto.

Cambiare significa spendere energia, esporsi a nuove opportunità e quindi a nuovi rischi e pericoli.

Si tratta di processi prevalentemente inconsapevoli, non si boicotta di proposito una terapia.

Viene spontaneo resistere e talvolta si tenta di razionalizzare in altri modi: “Non è possibile che io cambi”; "Non voglio cambiare”; “Il terapeuta non mi capisce"; "Non ho le forze"; "In fondo non sto così male".

In psicoterapia il paziente deve affidarsi, il curante deve saper aggirare questo ostacolo noto.

E nella vita di tutti i giorni?

Bisogna imbattersi in eventi che scuotono emotivamente, episodi carichi di significato, situazioni che aprono lo spazio per desiderare qualcosa che oltrepassi l’abituale: l’incontro con qualcuno molto diverso da sé, la perdita del lavoro, l’innamoramento, un lutto, la nascita di un figlio, una perdita finanziaria, un successo inaspettato, un fallimento, la sintonia speciale con una persona.

Questi eventi chiamano a rivedere il proprio equilibrio vitale, il modus vivendi che andava bene fino ad allora. 

Si può anche fare finta di nulla e lasciare tutto così com’è. 

Ma a quel punto ci si assume la responsabilità del proprio stare male, senza incolpare il destino o chi per lui.

 

©Dott.ssa Giselle Ferretti