Il lutto

04.04.2018 15:56

E’ difficile capire cosa ci portano via, morendo, coloro che abbiamo amato. Lasciamo stare il nido degli affetti, la promessa dei sentimenti e le gioie della complicità, la morte ci priva della reciprocità, è vero, ma bene o male la nostra memoria compensa. […] Mentre i corpi sono vivi, i nostri morti tessono per noi ricordi, ma questi ricordi non mi bastavano: mi mancavano i corpi! La materialità del loro corpo, questa alterità assoluta, ecco cosa avevo perduto! Quei corpi non popolavano più il mio paesaggio. I miei morti erano i mobili che avevano fatto l’armonia della casa e che erano stati portati via. Quanto mi è mancata improvvisamente, la loro presenza fisica! E come mi sono mancato in loro assenza! Mi mancava vederli, sentirne l’odore, udirli, qui, ora! […] I miei morti avevano avuto un corpo, ora non l’avevano più, era questo il punto, e quei corpi unici mi mancavano totalmente. Io che, quand’erano vivi li avevo toccati così poco! Io considerato così poco incline alle carezze, così poco fisico! Adesso reclamo il loro corpo!”

Storia di un corpo, Daniel Pennac


 

Non si è mai pronti per la perdita di una persona cara. 

Talvolta è concesso il privilegio di poter salutare la vita che si congeda, ma non è comunque sufficiente. 

Resta sempre uno scarto, qualcosa che si poteva fare, o dire. 

La morte è impensabile per l’essere umano, infatti non ha un simbolo nell’inconscio. Nelle immagini comuni si trova rappresentata col teschio, raffigura la scomparsa della carne e del sangue, ma restano le ossa, i buchi. Qualcosa rimane sempre. Quando si sogna di morire ci si sveglia di soprassalto, oppure ci si trasforma subito in qualcosa di altro. La fine assoluta e totale non è contemplata.

Cos’è il lavoro del lutto se non il tentativo di costruire un bordo attorno al vuoto lasciato dal corpo della persona amata che non c’è più. Il buco resta, ma ha un orlo, un limite. Tutta la storia dell’essere umano lo testimonia: anche gli uomini primitivi cercavano di dare un senso a questo mistero assoluto.

Su quel vuoto ci si può affacciare solo per qualche breve istante; il rischio è quello di sprofondarci.

Ognuno si ingegna a modo suo nel ricamare questo bordo. E’ un lavoro certosino, lento, doloroso, necessario. Può conoscere dei momenti di pausa, di interruzione. Lo shock e la rabbia potrebbero far chiudere violentemente la sagoma vuota scaraventandoci sopra una tavola di ferro a coprire tutto.

Ma prima o poi si riaffaccerà il desiderio di accarezzare quella mancanza e si inizierà a cucire intorno a quel bordo, timidamente o con foga.

E mentre si ricama quel bordo, si paventa il proprio.

© Dott.ssa Giselle Ferretti

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