E' più forte di me

29.09.2014 12:55

“Perché mi ritrovo sempre nella stessa situazione?”

“Ci sto male, voglio smettere ma non ci riesco”

“Perché mi succede sempre questo?”

Relazioni sentimentali, rapporti con gli amici, dinamiche in campo lavorativo: tutti possono riscontrare nella propria vita uno o più meccanismi che si ripetono, quasi per magia. Generalmente, sono situazioni poco piacevoli, di intensità più o meno elevata.

Si tratta della “coazione a ripetere” di cui parla Freud, ovvero la tendenza a ritrovarsi sempre nelle stesse situazioni, spiacevoli, contro la propria volontà. Oramai è assodato che noi esseri umani abbiamo sia una volontà cosciente che dei meccanismi inconsci, ovvero di cui non siamo consapevoli, ma che ci appartengono e  agiscono su di noi.

Basta pensare a tutte quelle cose che facciamo “involontariamente” ma che poi si sono rivelate essere esattamente ciò intimamente volevamo. Lapsus, atti mancati…

La coazione a ripetere si esprime con la reiterazione di situazioni dolorose in cui la persona sembra trovarsi – apparentemente - contro la sua volontà, oppure con la ripetizione di circostanze dalle quali l’individuo sa benissimo che deve tirarsi fuori prima possibile, ma non riesce a farlo.

 

Perché accade?

 

Ci sono tre grandi ragioni che si intrecciano in modo misterioso, ma logico, l’una con l’altra, in forma originale e diversa da persona a persona:

  •  Il trauma.
  •  Il conflitto tra principio di piacere e principio di realtà.
  •  Il conflitto la pulsione di vita e la pulsione di morte, Eros e Tanathos.

  La coazione a ripetere può essere un tentativo di rielaborare e superare il dolore associato ad un trauma, ripetendo l’esperienza: in pratica, si ripropone la stessa situazione nella speranza di eliminarne il dolore ad esso associato. Ad esempio, il trauma dell’abbandono di un genitore può portare l’individuo a trovarsi continuamente in situazioni in cui viene lasciato solo da persone importanti: la moglie, il fidanzato, ecc… In realtà la persona mette inconsciamente in atto comportamenti che inducono gli altri ad allontanarsi. Però, se si affronta lo stesso problema con la medesima soluzione, questo si ripeterà all’infinito, senza portare a termine il fine preposto, superare il trauma ed il dolore ad esso legato.

   La coazione a ripetere può essere l’espressione del conflitto tra un desiderio cosciente ed uno inconscio: ad esempio, inconsciamente la persona desidera avere un partner e formarsi una famiglia ma ne ha paura, così a livello cosciente sostiene di voler preservare la sua libertà di single, nella vita quotidiana si trova a vivere rapporti sentimentali fallimentari che si ripropongono sempre con lo stesso cliché. Oppure, la persona sostiene coscientemente di voler trovare un lavoro, ma nell’inconscio ne è terrorizzato, perché teme di non essere all’altezza: il risultato è che soffre perché non riesce a trovare alcuna occupazione, autoboiccottandosi inconsciamente. Non avendo coscienza del reale desiderio al suo cuore, la persona vive le situazioni che si ripetono dando la colpa alla “sfortuna” o al destino avverso.

   La coazione a ripetere può essere la manifestazione della lotta tra la Pulsione di Vita e la Pulsione di Morte, ovvero tra due tendenze: quella a mettersi in gioco, rischiando, prendendo iniziative, facendo progetti, trasformando se stesso e il mondo in cui si  vive e quella a mantenere tutto fermo, immobile, così com’è, ripetendo in modo uguale a se stesso sentieri già percorsi, ripetendo il confortante e rassicurante già conosciuto. Scommetto che chiunque stia leggendo può raccontare qualcosa che è andato, o sta andando in questo modo.

E’ un fatto: spesso gli esseri umani preferiscono ripetere ciò che è conosciuto, anche se doloroso, piuttosto che rischiare di avventurarsi in qualcosa di nuovo e sconosciuto.

 

Non tutte le forme di “coazione a ripetere”  meritano una attenzione clinica, ovvero non tutte provocano una sofferenza tale da rendere indicata una psicoterapia, a meno che la persona che ne soffre non ne è imprigionata a tal punto da arrivare a compromettere la propria vita, le abitudini quotidiane, una esistenza piena e felice. Talvolta la spinta mortifera è così forte ed evidente che bisogna intervenire prima possibile.

 

 

Come uscirne?

Prendere consapevolezza che non è “colpa del destino”, acquisire coscienza della propria implicazione nel sintomo che si lamenta - la cosiddetta responsabilità soggettiva, ben diversa dal vissuto auto-vittimistico che fa esclamare “è colpa mia!” -, disinnescare la carica emotiva del trauma per rendere inutile la necessità di rivivere l’esperienza.

Tutto questo può accadere spontaneamente, come maturazione personale, oppure è necessario intervenire con la psicoterapia. Si fa “da soli” ma attraverso l’incontro con l’Altro. Possono accedere fatti e situazioni nella vita di tutti i giorni, che fanno scattare qualcosa dentro la persona. Altre volte, di fronte ad un blocco che sembra insuperabile, ci si rivolge ad uno psicoterapeuta che consente alla persona di arrivare al cuore del suo dolore e di affrontarlo fino in fondo permettendogli di liberarsene senza la necessità di riviverlo.

I sintomi che si ripetono fanno soffrire: qualcosa si può spiegare e qualcosa no, ovvero, qualcosa può essere eliminato attraverso la comprensione e la spiegazione, ma qualcos’altro non può essere interpretato. Ciò che resiste va accettato per quello che è e ….bisogna renderlo creativo! Lo psicoanalista Jacques Lacan sostiene che bisogna trasformare il proprio sintomo nella propria fortuna, ovvero trasformare il godimento mortifero in godimento vivibile e creativo.

La responsabilità soggettiva è imprescindibile: nessun’Altro può fare qualcosa al proprio posto, ma l’Altro è il mezzo per arrivare al cuore del proprio essere.

La vita è continua trasformazione, movimento, fluire. 

 

 

Articolo scritto dalla Dott.sa Giselle Ferretti

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